LABORATORIO BENESSERE CESENA

LABORATORIO BENESSERE CESENA

Corso per imparare gli stili di vita sani nella terza età

Dieci appuntamenti in cui, in maniera coinvolgente e interattiva, verranno esplorati i fondamenti di uno stile di vita sano che aiuti a mantenere in salute corpo e mente. 

I partecipanti riceveranno informazioni e stimoli utili per:

  • mantenere in forma la memoria
  • mangiare bene
  • muoversi con piacere e regolarità
  •  coltivare il proprio benessere

A chi è rivolto
Persone con più di sessant’anni di età

Quando
Ogni martedì dalle 9.30 alle 11.00 dal 5 Aprile al 7 Giugno 2022

Informazioni e iscrizioni
Associazione Amici di Casa Insieme 320/6967089

Progetto realizzato grazie al contributo di

CURIOSITA’ DEL GIORNO

13 APRILE 2022

«Houston, we have a problem». Questa frase celeberrima venne pronunciata il 13 Aprile 1970 dal comandate dell’apollo 13 James Lovell, per comunicare ai tecnici della NASA a terra che erano sorte delle difficoltà.
Facciamo però qualche passo indietro.

La missione dell’Apollo 13 era nata sulla scia dell’entusiasmo creatosi attorno al successo dell’Apollo 11 (20 luglio 1969) e della celebre camminata sulla Luna di Neil Armstrong, con cui in un solo colpo erano stati offuscati i primati sovietici dello Sputnik e di Gagarin, il governo degli Stati Uniti d’America diede forte impulso al “programma Apollo”. Dopo la missione n° 12 (con le prime videoriprese a colori del satellite terrestre), la NASA avviò l’organizzazione di altre due spedizioni.
Per l’Apollo 13 venne designato nel ruolo di comandante James Lovell, un astronauta di lungo corso, con tre voli spaziali all’attivo (Gemini 7, Gemini 12 ed Apollo 8). Accanto a lui Ken Mattingly, come pilota del modulo di comando dell’Apollo (ribattezzato Odyssey), e Fred Haise, in qualità di pilota del modulo lunare o LEM (rinominato Aquarius). A pochi giorni dal lancio Mattingly venne sollevato dall’incarico, per un sospetto contagio da rosolia, e sostituito con John Swigert.

L’ora X scattò alle 14.13 (ora di New York) di sabato 11 aprile, dalla base di lancio di Cape Canaveral, in Florida. Destinazione l’altopiano di Fra Mauro sulla Luna. Fatta eccezione per un problema a uno dei cinque motori nella fase iniziale, tutto sembrava procedere regolarmente. A 55 ore dalla partenza, con la Luna distante 14.000 km, la voce di Lovell che avvertiva di un problema scosse i tecnici della NASA.

Dapprima l’onda d’urto di un’esplosione e poi i comandi dell’Apollo letteralmente impazziti prospettarono un quadro poco confortante. Guardando dall’oblò, l’equipaggio si rese conto che stava seminando una sostanza gassosa nello spazio: era l’ossigeno del serbatoio 2, esploso per un cortocircuito (sul momento si pensò a un meteorite), che aveva finito col danneggiare anche il serbatoio 1. La riserva a disposizione era insufficiente per le operazioni di allunaggio, per cui dalla base arrivò l’ordine di «missione annullata».
L’obiettivo a questo punto diventava uno solo: riportare a casa gli astronauti.

Cominciò così una corsa contro il tempo dei tecnici della NASA, impegnati a cercare soluzioni ingegnose per permettere all’equipaggio dell’Apollo 13 di tornare a casa sano e salvo. Gli astronauti, dal canto loro, vennero chiamati a una dura prova di resistenza, dovuta all’assenza di viveri e acqua potabile e alle basse temperature.
La manovra manuale mai tentata in precedenza e una serie di calcoli fatti a mano, compiuti dal comandante Lovell si rivelarono passaggi decisivi che permisero ai tre uomini di fare ritorno sulla Terra, il 13 aprile 1970.
Gli ultimi istanti, per via del lungo silenzio radio, tennero col fiato sospeso milioni di telespettatori in tutto il mondo.  Poco dopo l’atterraggio in mare, arrivò la voce di Lovell che rassicurò sulle condizioni di salute dei tre. Mai fallimento fu più celebrato nella storia degli USA e non solo.

Fonte: Almanacco del giorno | Accadde oggi

CURIOSITA’ DEL GIORNO

6 APRILE 2022

«Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi». Da questo popolare passo si ricava il fascino universale di un volume considerato tra i più celebri del XX secolo, per alcuni secondo soltanto alla Bibbia come numero di lettori.

Scritto a Long Island (USA) e illustrato direttamente dall’autore, il libro venne pubblicato il 6 aprile del 1943, in una prima versione inglese curata dall’editore Reynold & Hitchcock; dalla seconda in francese venne ricavata la traduzione italiana edita da Bompiani. La prima edizione venne dedicata a Léon Werth, ebreo francese, al quale de Saint-Exupéry era legato da profonda amicizia.

Per comprendere la genesi dell’opera occorre conoscere il profilo dell’autore. Antoine de Saint-Exupéry, originario di Lione, era cresciuto in una famiglia di nobili origini, dove fin da bambino respirò l’arte grazie alla madre pittrice. Anni felici che s’interruppero con lo scoppio della Prima guerra mondiale, che lo allontanò dalla madre (presa dal lavoro di infermiera), e successivamente funestati dalla morte prematura del fratello.

Arruolatosi nell’aviazione francese, scoprì la passione per la prosa proprio solcando i cieli di mezza Europa e trovando nella moglie Consuelo la musa ispiratrice. Antoine era un personaggio di grande estro, che esprimeva nei suoi scritti e nelle invenzioni tecniche legate all’attività di aviatore, tra cui un dispositivo per l’atterraggio di aerei. A ciò si univa una sensibilità malinconica, accentuata dalla solitudine che soffrì sia nella separazione dagli affetti familiari, sia nel fallimento del suo matrimonio.

Questa centralità dell’amore e il bisogno di rimarcarlo, mentre il Mondo stava per entrare nella più crudele delle guerre, delinearono l’humus lirico da cui fiorì il suo più popolare racconto. Autobiografia e invenzione si confondono mirabilmente nella storia dell’aviatore che, atterrato in pieno deserto del Sahara, è sorpreso dalla vocina di un inaspettato ospite.

Un minuscolo ragazzo, dai capelli color oro e vestito come un principe, giunto dall’asteroide B612, dove vive da solo e in compagnia di una rosa vanitosa, di cui si prende cura. Nel suo peregrinare per lo spazio in cerca di nuovi amici, racconta a uno stupito interlocutore tutte le sue avventure con curiosi personaggi, conosciuti nei diversi pianeti che ha visitato: dal vecchio Re solitario che si crede onnipotente, all’uomo d’affari che conta le stelle illudendosi che esse gli appartengano.

Antoine non ebbe nemmeno il tempo di godersi le fortune della sua creatura: l’anno dopo la pubblicazione del suo libro, il velivolo che stava pilotando venne abbattuto da un caccia tedesco e dell’autore si perse ogni traccia. Soltanto nel 2004, dopo il ritrovamento dei resti dell’aereo si chiarirono le circostanze della morte. Nel frattempo, Il Piccolo Principe spopolò di generazione in generazione, affermandosi ora come racconto per ragazzi, ora come poesia dell’infanzia per gli adulti.

Tradotto in 220 lingue e venduto in oltre 140 milioni di copie, negli anni ispirò fumetti, cartoni animati e opere teatrali. Resta attualmente uno dei libri più venduti, con una media di circa 1-2 milioni di copie all’anno soltanto in Italia.

Il segreto del successo è spiegato negli appunti dell’autore: «Non ho mai detto agli adulti che non appartenevo al loro ambiente e ho nascosto che avevo sempre cinque o sei anni in fondo al cuore». Da questo spirito “infantile” nasce la capacità del testo di penetrare nell’intimo del lettore di ogni età e di ogni tempo.

CURIOSITA’ DEL GIORNO

30 MARZO 2022

Ancor prima che le automobili conquistassero la strada, nella Trieste “asburgica” ci si pose il problema di come far viaggiare in maniera più rapida persone e merci, all’interno del perimetro cittadino. Quella linea urbana passò alla storia come il primo esempio di servizio di trasporto pubblico italiano.

Nella seconda metà dell’Ottocento, mentre l’Italia unita era impegnata a costruire il nuovo assetto statale, Trieste viveva un periodo di splendore con gli Asburgo, che qui avevano stabilito il porto dell’Impero. Alla vitalità economica, legata agli intensi traffici marittimi, corrispondeva una crescita architettonica che diede un’impronta definitiva alla città. Tra i monumenti più noti portati a termine in quella fase, lo splendido Castello di Miramare (1856-60), voluto dall’imperatore Massimiliano I.

L’aumento del volume di scambi commerciali e la nascita di nuove fabbriche resero necessari il miglioramento e la velocizzazione degli spostamenti, sia dei lavoratori che delle merci. La questione fu sollevata alle autorità comunali dalla borghesia imprenditoriale, che nello specifico chiedeva un collegamento più rapido dal capolinea della linea ferroviaria Vienna-Trieste alle fabbriche della periferia e ai magazzini del Borgo Teresiano.

Si realizzò inizialmente un servizio di carrozze a cavalli, che si dimostrò non all’altezza delle aspettative dell’utenza e caratterizzato da costi accessibili a una fascia ristretta della popolazione. Archiviato il flop, venne incaricata una società internazionale con sede a Bruxelles, che aveva aperto una filiale locale con il nome Società Triestina Tramway (Stt). Quest’ultima disegnò una linea tranviaria a cavalli molto più moderna e funzionale e vicina all’immagine classica del tram.

Il servizio partì ufficialmente il 30 marzo del 1876 sulla tratta via Battisti–rotonda del Boschetto, con corse dalle prime ore del mattino fino alle 22 e a una frequenza di una ogni quindici minuti. Per allargare il bacino di utenza furono istituite due classi di viaggio: la prima, più comoda, costava dieci soldi; la seconda solo cinque, prezzo alla portata dei ceti sociali più bassi.